Massimiliano Lisa

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Un ricordo di quegli anni: 1980-1986

    Era il 1980. Dopo il triennio delle medie al Parini, finalmente varcavo la soglia del ginnasio. I ragazzi che per tre anni avevo visto entrare dall’ingresso adiacente (oggi le medie del Parini hanno traslocato in via Santo Spirito) mi erano sempre sembrati davvero “grandi”. Dei piccoli uomini. Finalmente ero uno di loro. In realtà, scoprii ben presto che facevo parte solo dei cuccioli. Infatti ancora una volta mi comparavo con qualcuno più avanti di me e non solo mi sembravano degli “adulti” i liceali, ma anche la quinta ginnasio appariva una meta importante.
    Passare dalla scuola media al ginnasio fu un piccolo shock. Mentre l’anno prima eravamo dei semplici bambini, adesso venivamo trattati in modo diverso, molto più libero. E il profitto era ancor più legato al nostro senso di responsabilità. Personalmente, ne avevo poco e infatti mi ritrovai a giugno con tre materie a settembre, rovinandomi l’estate, ma questa è un’altra storia. Un impatto forte fu quello con la politica. Appena iniziata la scuola scoprii i picchetti, le assemblee e le manifestazioni. Inizialmente, con un po’ di timore e poi sentendomi coinvolto ogni volta un po’ di più. Sempre in quarta, un giorno, a un’affollatissima assemblea in Aula Magna mi ritrovai ad alzare la mano insieme a quasi tutti gli altri per una decisione importante: occupare la scuola. Sembrava una coda dei movimenti delle generazioni che ci avevano preceduto. Eravamo solo i figli dei figli dei fiori, ma entrare a scuola di pomeriggio e di sera e trovare studenti che si baciavano, ballavano e suonavano faceva respirare una certa aria di libertà. Per qualche giorno sentimmo la scuola davvero “nostra”. In questo spirito, a un certo punto la nostra classe si inventò una prassi originale. Spesso, quando c’era picchetto, non appena diventava evidente che non ci sarebbero state le lezioni, ci trasferivamo in massa a casa mia, chiudevamo le persiane, accendevamo lo stereo e… cominciava la festa e si ballavano lenti infiniti!

    La mia sezione era la “F” e la professoressa la Lanini (non è come oggi. A quei tempi un’unica insegnante si occupava di greco, latino, italiano...). A me è sempre apparsa come una donna abbastanza dolce e tutto sommato piuttosto “buona”. Ho poi capito che le percezioni sono personali e alcuni miei stessi compagni di classe la consideravano diversamente. Recentemente, ho addirittura scoperto che, anni dopo, passata al liceo, la Lanini ha terrorizzato molti studenti. Sarà, ma io la ricordo diversamente. Forse anche perché mi ha sempre promosso nonostante non studiassi troppo. La professoressa davvero buffa era quella d’inglese, la Cristiani. Sembrava non avere tutte le rotelle a posto, per non parlare del suo inglese con accento toscano. Quando portava il registratore per farci sentire le readings in lingua originale, la classe quasi per intero iniziava un mugugno: “mmhhhh…”. Il divertente era che la professoressa non capiva e se la prendeva col registratore, pensando che fosse rotto e che per qualche motivo emettesse lo strano ronzio.
    Della vita di classe ricordo alcuni episodi che nella mia mente sono diventati dei piccoli “classici”. C’era chi viveva grazie alle versioni copiate dalla compagna, come nel caso del rapporto tra Roberta (che copiava) e Francesca (che passava). In un compitino di verbi greci un giorno la Lanini si alzò all’improvviso e si diresse verso il mio banco. Ero sicuro che avesse capito che in trasparenza stavo cercando di leggere i verbi che mi ero scritto la sera prima su un foglio; mi sentii morire, e invece, una volta davanti a me, inaspettatamente strappò il foglio al mio compagno di banco, Luigi, che stava usando lo stesso trucco. Ma ci fu una volta che gli dei mi furono davvero propizi. Durante un compito in classe la versione proprio non mi veniva. Il tempo era quasi esaurito e in classe eravamo rimasti in pochi. La Lanini ci separò spostandoci di banco per evitare che potessimo copiare qualcosa. A un certo punto, e mi aveva fatto sedere in prima fila, proprio davanti alla cattedra, misi le mani sotto il banco che mi ospitava e apparteneva al compagno che aveva già terminato la sua versione ed era già uscito dalla classe e… cosa trovai? La brutta della sua versione! Al ginnasio capii anche che studiare non è sufficiente e che ognuno di noi ha capacità decisamente diverse. Ricordo ancora quel pomeriggio in cui telefonai a Dianora per farmi raccontare un libro che non avevo letto. Il risultato fu che poi nella sintesi del libro lei prese cinque e io sette. Ma Dianora all’epoca aveva altre doti che compensavano il fatto che non scrivesse da sette. Nonostante ne fossi un po’ innamorato, ottenni solo un bacio frutto di una penitenza durante una festa.
    Il 1980 fu l’anno dell’assassinio di John Lennon e per me che vivevo nel mito dei Beatles fu una grossa emozione (sul mio banco di scuola scrivevo a matita tutti i titoli delle loro canzoni, mentre il compagno accanto a me, Luigi, faceva lo stesso con quelli di Bob Dylan). Proprio in quel periodo, durante l’ora di ginnastica, saltando un ostacolo mi ero procurato la lussazione di una rotula (fui portato via dal Parini in ambulanza). Il fatto di aver poi partecipato con la gamba ingessata alle giornate di proiezioni che alcuni cinema di Milano dedicarono ai Beatles per commemorare John mi fece sentire ancor di più il dolore del momento. Gli anni Ottanta sono stati naturalmente anche gli anni della disco music, delle “Tv libere”, dei “venerdì sera di Telereporter”, dei paninari, dei Duran Duran… Oggi passando fuori dal Parini si possono vedere file interminabili di scooter di tutti i tipi. I nostri erano invece i tempi delle moto come lo Zundapp o la Aprilia ST (come la mia) e della Vespa.
    La quinta fu la naturale continuazione dell’anno precedente. Mi torna in mente un episodio buffo. All’epoca, gli studenti del liceo della FGC, spesso venivano autorizzati a leggere dei comunicati e passavano di classe in classe. Quindi quando uno di loro entrò da noi e con fare serio iniziò la sua lettura ci sembrò del tutto normale. Erano i giorni in cui doveva cadere sulla Terra il satellite russo in avaria Kosmos. Il testo del comunicato diceva che il satellite era caduto nelle vicinanze e che dovevamo abbandonare la scuola; quando la percezione dell’emergenza si fece più elevata arrivò però la frase “non toccate la carne di maiale” che ci fece capire che si trattava di una burla e scoppiammo in una risata. In quinta continuarono le nostre feste, in cui ballavamo lenti sempre più stretti e Hotel California degli Eagles rappresentava l’immancabile classico. Le due compagne di classe più belle erano Roberta e Gioia. Di entrambe, ma soprattutto di Gioia, ero innamorato dalle medie senza alcun riscontro. Decisi così di ripiegare e attaccare le retrovie, fidanzandomi con Francesca con cui avrei poi passato tutto il liceo. Se qualche giovane sta leggendo queste righe lo invito a imparare dagli errori di noi che lo abbiamo preceduto: in amore, vale la regola di attaccare sempre. Le occasioni si creano anche quando sembrano non esserci. Come avrebbe detto giustamente anni dopo una mia compagna di terza liceo: se cerchi di baciare qualcuno, nel 90 percento dei casi ci sta! La percentuale di successo può variare a seconda di chi e come siate, ma la regola aurea resta. Quindi se volete divertirvi… fatelo! E magari non fidanzatevi per tanti anni come ho fatto io! Per quello avrete tempo quando sarete più grandi.
    All’epoca suonavo la chitarra elettrica in un gruppo rock e ci fu un giorno in cui a scuola venne organizzato nell’Aula Magna un concerto con molti gruppi. Naturalmente iscrissi anche il mio, gli Winds. Nella casella delle piccole/grandi delusioni di quegli anni devo metterci pure questa: non avrei mai suonato nelle mura della mia scuola! Il giorno prima del concerto litigai con gli altri componenti del gruppo che si sciolse. Quella mattina invece di salire sul palco, rimasi a casa a piangere. Tutto quel che i miei compagni di classe avrebbero ascoltato della mia musica sarebbero stati due piccoli concerti/festa uno a casa mia, uno a casa dei miei nonni. Nel primo, che risale forse alla quarta ginnasio suonammo solo brani strumentali dal momento che nessuno sapeva cantare. L’episodio singolare fu che ricavammo il palco con delle assi appoggiate sui tomi della Treccani e che il batterista, Alberto (compagno delle medie), a un certo punto spense la tastiera a Michele (compagno di classe) che suonava fuori tempo. Il concerto dai nonni, credo in seconda liceo, fu all’insegna di un caldo pazzesco, ma perlomeno la nostra musica era di livello decisamente migliore. “Storica” fu invece l’esecuzione a cui partecipai di Cocaine di Clapton al Gonzaga (scuola notoriamente di destra): quando il cantante (Gherardo, sempre del Parini) alzò il pugno chiuso, sul palco cominciò a fioccare frutta e verdura di tutti i tipi e lui stesso fu colpito da un pompelmo in testa.
    La prima liceo si aprì con segni contraddittori. Il mio compagno di banco, Luigi, scelse di sedersi vicino al “terzo compagno” (al ginnasio in nostri banchi erano a tre a tre). La mia fidanzata Francesca vicino alla sua amica Cristiana. E io finii in seconda fila accanto a Stefania, forse la ragazza più brutta della classe. La cosa era bilanciata solo dal fatto che dietro di me ci fossero le due ragazze più carine, Gioia e Roberta. Scolasticamente i giochi si fecero più duri. La professoressa Carrara ci assegnava compiti in classe di greco e latino davvero difficili e un quattro era già un voto di cui essere abbastanza contenti considerando che si scendeva tranquillamente fino all’uno. La mia compagna di banco non capiva come mai spesso riuscissi a prendere qualcosa più di lei nelle versioni di greco, nonostante entrambi confrontassimo le nostre brutte. Francesca era diventata meno brava e soprattutto Roberta aveva fatto l’errore di non sedersi nelle sue vicinanze (non avrebbe più copiato…). Un giorno entrò in classe per leggere un comunicato Paolo. Lo avevo sempre odiato: non solo lui e suo fratello piacevano a Roberta e Gioia, ma soprattutto lui, a mio giudizio seguendo un calcolo preciso allo scopo di mettersi in mostra, faceva quello di destra in una scuola di sinistra. Dopo che lesse le sue frasi sconclusionate, ad alta voce affermai: “sporco fascista”. E lui, non smentendo la pochezza di quel che era, invece delle armi della dialettica, rispose: “ti aspetto all’uscita della scuola (per menarti)”. Considerando la differenza d’età (lui era in terza), la cosa non gli fece molto onore. Alla fine, all’uscita di scuola, nessuno però alzò le mani.
In tutta la mia vita, quel che ho sempre saputo fare piuttosto bene è stato scrivere. A scuola non ho mai preso un’insufficienza, né ricordo un voto inferiore al sette. In prima liceo c’era però un professore d’italiano ex seminarista, Mariani (chissà come mai molti professori d’italiano sono ex seminaristi “pentiti”). Il primo tema che ci assegnò riguardava la religione. Personalmente, negli anni ero diventato ateo e vi lascio quindi immaginare quel che scrissi nel mio elaborato. Quando il professore mi riconsegnò il compito, lo trovai pieno di segni rossi e blu. Quel che mi veniva contestato, però, non era la forma, né che fossi andato fuori tema. Venivano disapprovati i concetti, i miei pensieri, le mie elaborazioni. E invece dopo dieci anni di scuola in un Paese libero quel che avevo assimilato era che un docente non poteva, in un tema, correggere le opinioni personali di uno studente. Così, mi alzai in piedi e dinanzi alla classe dissi al professore che contestavo il suo voto e le sue correzioni dal momento che le ritenevo “illegali”. Lo invitavo pertanto a recarsi con me dal preside per affrontare il problema. Cosa accadde? Che mi annullò il compito senza scrivere alcuna insufficienza sul registro. Forse avrei dovuto insistere di più per andare dal preside, ma la storia finì così.
    Un personaggio assolutamente da film era la professoressa di chimica, la Boesi. Anziana, con occhiali spessissimi e sempre col camice bianco era una macchietta. Ma il massimo dell’originalità lo raggiungevano le interrogazioni che partivano con l’estrazione di un sacchettino nel quale teneva i numeri della tombola. A ognuno di noi era associato un numero progressivo sul registro e quello estratto designava l’interrogato. I momenti in cui tutta gobba mescolava i numeri nel sacchettino e poi ne estraeva uno che guardava per alcuni secondi strizzando gli occhi generavano vero terrore nella classe.
    Nonostante molti pensino che fossero più che altro una scusa per saltare un giorno di scuola, ritengo che le manifestazioni studentesche siano state importanti e formative. Si scendeva in strada e si urlavano slogan per difendere degli ideali. Non importa che fossero ideali sempre vicini al pensiero di sinistra, erano momenti in cui si difendeva un pensiero e lo si portava agli occhi della cittadinanza e delle autorità. Gli studenti di quelle scuole che non hanno avuto queste esperienze ritengo si siano persi un momento importante della formazione della loro coscienza democratica. Ricordo delle manifestazioni per la pace, contro alcune azioni degli USA e contro il ministro della pubblica istruzione (lo slogan che ancora mi riecheggia nelle orecchie è: “salto uno, salto due, salto tre, Falcucci attenta che salti pure te”). Quando poi si univano in cortei più grandi più scuole di Milano, stavamo dietro lo striscione del Parini, e lo facevamo con l’orgoglio di esserci.
    E le feste? Non posso non citare le feste dei diciott’anni (tipicamente delle ragazze) a cui generalmente si andava vestiti in smoking, se non che la maggior parte di noi possedeva smoking invernali e quando le feste erano dopo la primavera si soffriva il caldo! Un episodio che suscitò una certa ilarità fu quello in cui ad Alberta, che quel giorno sfoggiava un top di paillette, quest’ultimo si abbassò improvvisamente liberando il suo seno prosperoso.
    La terza liceo l’ho fatta in una sezione diversa, la “G”. La professoressa di latino e greco, la Motta, era la più esigente della scuola, ma allo stesso tempo probabilmente la più preparata. Veramente insopportabile invece era il docente d’italiano, anch’egli ex seminarista, che leggeva Il Paradiso con un trasporto eccessivo; ma quel che era peggio riguardava il fatto che il tempo concesso per i temi era limitato, probabilmente perché in classe scrivevano quasi tutti piuttosto male. La professoressa di storia dell’arte era invece la mia protettrice: ci assegnava spesso dei temi, e faceva leggere i miei elaborati d’arte agli altri docenti per far capire loro quanto fossi bravo (grazie!). Qui ritrovai Dianora, che nel frattempo aveva cambiato sezione. Non era però più la stessa. Alla ragazza con molta voglia di divertirsi si era sostituita una interessata esclusivamente allo studio e troppo spesso col viso coperto da un eccessivo strato di fondotinta. Tra i compagni ricordo anche l’intellettuale di sinistra venuto dal Carducci (Gianluca); Marco, che era molto più portato per la matematica che per l’italiano e non ho mai capito perché non abbia fatto lo scientifico; Ludovica, che era stata mia compagna alle elementari, e che spiccava per la sua altezza fuori dal comune, tanto che durante le interrogazioni si dice che un certo professore fosse più attratto dalle sue gambe, più che dalle sue parole. E poi ancora Paola, Desirée, Nicolò... La classe era però visibilmente decimata nel numero e stremata dal quinquennio di studio. Eravamo così pochi che l’aula era ricavata da una specie di ripostiglio a latere del corridoio principale. Lo spirito e le feste del ginnasio qui erano solo un ricordo lontano e sbiadito.
    Se non sbaglio anche in terza occupammo la scuola e infatti ricordo dei pomeriggi in cui in Aula Magna si poteva vedere il Live Aid (il concerto organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per l’Africa, che fu trasmesso in mondovisione e durò circa 20 ore) che qualcuno aveva provvidenzialmente videoregistrato a giugno (del 1985). Giunti in terza quelli “grandi” eravamo diventati noi. Ci sentivamo un po’ i padroni della scuola. Il fatto di essere maggiorenni e di poterci firmare le giustificazioni da soli dava un grande senso di libertà. Non so per quale motivo, spesso finivo per arrivare in classe con qualche minuto di ritardo. All’inizio la Motta mi rimproverava aspramente, ma alla fine, quando la cosa si fece cronica, ricordo che sorrideva.
    Poco dopo aver compiuto i diciotto anni, in ottobre, trasformai il club di utenti di computer Commodore 64 che avevo fondato anni prima in una società. Da cosa nasce cosa e il bollettino che scrivevo e fotocopiavo divenne una vera e propria rivista di cui uscì il primo numero in edicola a febbraio, seguito dal secondo a marzo e dal terzo a scuola conclusa, in settembre. Capitava così che mi presentassi in classe con le colonne da impaginare o gli articoli da correggere (nei momenti liberi). Mi davano una mano anche dei compagni di scuola: Nicolò (con supporto morale e traduzione di articoli), Gianluca (che scriveva degli articoli e ne correggeva) e Michele (che disegnava davvero bene). Quello è poi diventato il mio lavoro ed è da quel 1985/1986 che continuo a fare il giornalista e l’editore. Insomma un’occupazione nata sui banchi di scuola… Qualcuno mi disse poi che un certo professore, quando stampa e televisione si occuparono di me come giovane editore, si vantasse di avermi avuto come studente. Peccato solo che si trattasse dello stesso docente (l’unico) che aveva votato contro la mia ammissione alla maturità!
    Quel che turbava l’ultimo anno era sicuramente il pensiero della maturità. Per inquadrare la cosa, dico subito che gli unici due non ammessi di tutta la scuola furono proprio nella mia classe (uno dei due, Paolo, avrebbe poi perso la vita durante l’estate uscendo di strada in moto; a settembre, mi ritrovai così con gli ex compagni al primo funerale della mia vita e mi chiedo ancora oggi se quella sconfitta scolastica sia in qualche modo collegata a quella giovane vita spezzata). Ai tempi si portavano solo due materie alla maturità. Scelsi italiano e storia. Fortunatamente (per me), come scritto uscì latino. Dopo anni di versioni difficili, trovai quella della maturità davvero facile. Per tutto il liceo pensavo che alla maturità avrei scritto un tema bellissimo. Invece, proprio durante la prova, un elemento mi turbò e per un po’ rimasi bloccato: era stata estratta la lettera dalla quale avrebbero cominciato a interrogare per gli orali ed era uscita proprio l’iniziale del mio cognome. Voleva dire che dopo i privatisti sarei arrivato subito io, ovvero almeno una settimana di ripassi in meno e per me che mi ero fatto praticamente tutto il programma d’italiano da solo (il professore non lo si poteva ascoltare), quel tempo in meno significava molto. Il giorno dell’esame orale arrivò quindi in fretta e il membro interno, la terribile Motta, venne da me e mi disse: “non ti preoccupare, hai preso sette nella versione e sette nel tema” (fu molto rincuorante e le fui davvero grato). Ero così frastornato che non mi ero nemmeno preparato un argomento a scelta. Così quando per italiano mi chiesero di che cosa volevo parlare feci una lunga pausa per pensarci su. Alla fine dissi che volevo analizzare com’era vista la donna ne L’Innocente di D’Annunzio, ne Il Giardino dei Finzi Contini di Bassani e nell’opera di Dante (se non ricordo male). L’argomento mi piaceva, ma la mia esposizione non fu fluidissima perché dovevo elaborare i concetti al momento, visto che non ci avevo mai pensato prima. L’interrogazione proseguì poi tranquillamente. Per quel che riguarda storia, il fato, che si era già accanito contro di me facendomi interrogare per primo, si rivelò benevolo. Quasi tutte le domande riguardarono il fascismo, l’argomento oggetto dell’ultima interrogazione dell’anno e su cui ero più preparato in assoluto. Avevo finito. Quando salutai la commissione stavo chiudendo per sempre un capitolo importante della mia vita. Erano passati tredici anni da quando mi ero seduto per la prima volta dietro un banco di scuola. Allora mi sembrava un’eternità. Mentre scrivo queste righe sono invece passati 18 anni da quel giorno di giugno in via Goito. E non mi sembra possibile per quanto lo sento vicino. Ricordo ancora con affetto i volti dei miei compagni e delle mie insegnanti. Mi vengono in mente i volti dei bidelli, il preside Porrotto e quel Castoldi che quando ero al ginnasio guidava il movimento politico degli studenti del Parini. Se potessi tornerei volentieri indietro e rivivrei ancora quegli anni, possibilmente cambiando alcune cose. Sicuramente studierei di più, perché alla fine certe angosce che ho vissuto non valevano il tempo buttato in sfavore dello studio. È con amarezza infatti che oggi non riesco a far capire al mio figlio più grande, quindicenne, l’importanza dell’impegno scolastico (gli altri due miei figli non sono invece ancora in età scolare). Me lo diceva anche mio padre e aveva ragione: i figli non ascoltano i genitori e sembrano determinati a sperimentare sulla propria pelle gli errori. Sembra che l’esperienza di chi li ha preceduti non conti.
    A proposito, Gioia, quella mia compagna di scuola di cui ero innamorato dalle medie, e che al liceo non mi guardava nemmeno (o almeno così mi sembrava), è diventata mia moglie. E ancora oggi varchiamo la soglia del Parini… insieme. Naturalmente non più come studenti, ma per votare. Siamo infatti rimasti stanziali e viviamo ancora nello stesso quartiere. Ogni volta che rientro al Parini naturalmente i miei occhi rivedono le immagini di quegli anni: le vite dei miei compagni e insegnanti si sono intersecate per un magico quinquennio che non tornerà mai più. Quel piccolo mondo può rivivere solo nei nostri ricordi. Che malinconia!


Massimiliano Lisa
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